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16 ottobre 2015

110 anni e non sentirli… auguri Chiasso!

Allo stadio, si vedono quasi sempre quelle facce, ognuno seduto al suo posto, lo stesso magari da decenni. Ogni anno una ruga in più, ma la passione intatta. Chiedi loro “ti ricordi quando…” e sanno parlare del Comacini, di Puci Riva, di Francesco Chiesa, di Didi Andrey, di Jimmy Pagani e di Bruno Bernasconi ed hanno visto anche Altafini e Zambrotta. E poi ci sono i giovani, sempre troppo pochi, di cui molti ora non entrano neppure allo stadio perché alcuni di loro hanno ricevuto la diffida, e non si riconoscono più in questo calcio che cambia. 110 anni fa, come oggi, nacque il Chiasso. Durante la presentazione di quest’estate, il presidente Davide Lurati al Carlino ha scoperto una targa, che ricorda che lì tutto è cominciato. A fondare la società furono due impiegati delle Ferrovie Federali Svizzere, Felice Regli e Cesare Chiesa, e due delle Ferrovie di Stato italiane, Angelo Somaglino e Romeo Sorio, a dimostrazione che nella squadra di confine l’anima un po’italiana non è una novità. Il primo derby di Milano fu giocato al campo del Gas, e nel 1913 il Chiasso, ritenendo insufficiente il livello calcistico elvetico, si iscrisse al campionato italiano, restandovi per dieci anni. Al ritorno nel campionato svizzero, nel ’27 fu promosso nella massima serie, e visse i suoi momenti gloriosi negli anni ’50. In quella squadra giocavano nomi rimasti indelebili nella storia, su tutti Francesco Chiesa e Ferdinando Riva, soprannominato Puci Riva IV, 523 presenze e 230 reti, che per il Chiasso rinunciò alla Fiorentina. I tifosi gli sono rimasti affezionati, tanto da intitolargli lo stadio quando ancora era in vita: Puci è poi deceduto nel 2014. Il decennio successivo alternò momenti positivi e negativi, e dal mitico Comacini, il campo dove gli spettatori potevano allungare una mano e toccare l’arbitro e i giocatori, si passò al Comunale. Con Altafini, Cappellini, Michaelsen, Prosperi e Luttrop arrivò ancora la LNA, a cui seguirono altre cadute e altre promozioni, con Bruno Bernasconi e poi Jimmi Pagani alla presidenza. Dal 2000 in poi, il Chiasso è rimasto quasi stabilmente in quella che oggi si chiama Challenge League, conoscendo periodi felici coi brasiliani Rafael e Paquito (come scordare la vittoria a Cornaredo?). Ma il club ha conosciuto un mutamento. Da grande famiglia, con i volontari sempre pronti a farsi in quattro per coprire le esigenze, e capaci di regalare sorrisi, come dicono i giocatori, nei momenti duri, ad una professionalizzazione crescente, imposta dal mondo del calcio. Si sta passando da figure emblematiche dello spogliatoio della regione, a volte semiprofessionsiti con la maglia cucita addosso, a giocatori e allenatori mordi e fuggi di un mercato globale. La presidenza Grassi portò vicino al fallimento e poi a due anni di purgatorio in Prima Lega, da li in avanti i rossoblù, unica squadra ticinese di spicco mai fallita, hanno militato in Challenge League. Ora alla guida ci sono gli italiani Persichino e Cogliandro, per un nuovo corso, inevitabile per continuare a sopravvivere. Il nuovo che si mischia col vecchio, perché in fondo a Chiasso si vedono ancora i tifosi assistere all’allenamento e intrattenersi con i calciatori, un patrimonio che non va perduto. Nell’anno del 110°, una partenza sprint stava facendo sognare. Ora Schällibaum, tecnico della salvezza della scorsa stagione, è a un passo dall’addio, e più che il passato incombe il futuro, nebuloso, della panchina. Spesso quando vengono intervistati, i calciatori sostengono che nel calcio non conta ciò che si è fatto ma ciò che si farà. Oggi, forse, un po’meno. La storia, oggi, torna in mente, e il club la festeggerà in Piazza questa sera. Auguri, Chiasso, 110 di questi anni! Tratto da TicinoLibero

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