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9 aprile 2015

200 volte Quaresima…in Rossoblù!

200 partite con la stessa maglia. Una vita, calcistica e non, racchiusa in due colori, quelli Rossoblù, in un mondo del calcio sempre più schizofrenico e disattento ai sentimenti. Mirko Quaresima ha raggiunto contro il Lugano questo importante traguardo, ma non vuole sentirsi chiamare simbolo. “I simboli sono Totti nella Roma e Del Piero nella Juve. Io sono uno che ha dato tanto e può ancora dare tanto con grande impegno, quello sì.” Negli anni trascorsi in Rossoblù intervallati solo da una breve parentesi a Ginevra (“dove sono arrivato l’anno sbagliato, con Pishyar, in seguito con la famiglia qui sarei andato via solo per solo un’offerta dalla Super League”), tutti i tasselli sono andati, magicamente, al posto giusto. Mirko ha sposato la fidanzata ticinese, conosciuta quando lui ancora viveva a Roma, ha trovato un lavoro extracalcistico ed è diventato papà. Oggi racconta le sue 200 presenze e come è cambiata la sua vita. Cosa ha significato per te il traguardo della 200esima partita? “Ogni partita è una storia che porta con sé un ricordo, arrivare a 200 è bello perché vuol dire che sei parte di questa società. Quando perdi ti brucia di più essendo qui da molto, sei affezionato. Sono venuto a Chiasso a metà dell’anno della retrocessione, e chi si aspettava che avrei giocato tutte queste partite! Dopo la promozione in Challenge League, con la permanenza di Ponte e della società, ho capito che si potevano fare degli anni buoni.” Qualche anno fa hai cominciato a lavorare alla Cippà Trasporti. “Il primo anno è stato difficile, quando giochi solamente non ti rendi conto di cosa vuol dire affiancare un lavoro al calcio. È stato complicato all’inizio ambientarsi e imparare il lavoro, ho capito che bisognava cambiare le abitudini anche nello stile di vita ed essere ancora più professionista.” Mirko, quanto sei cambiato da quando sei arrivato al Chiasso? “Ciò che davvero mi ha cambiato è stato il matrimonio e ancor di più diventare padre. Con la nascita di un figlio è tutto diverso, il modo di vivere e gli affetti, diventa la prima cosa a cui pensi. Non sei più tu al centro ma la bambina (in estate arriverà il secondo figlio, ndr). Se arrivo a casa e abbiamo perso, il sorriso di Melissa mi aiuta e allevia l’arrabbiatura. Dal punto di vista calcistico, l’esperienza fa migliorare e il tempo dall’altra parte ti indebolisce. La fatica aumenta, però se c’è la passione non la senti. Ogni allenatore mi ha lasciato qualcosa di diverso, da Ponte che è stato il primo a Bordoli, un grande a livello umano, sino a Zambrotta. Chi meglio di lui può insegnare qualcosa a un terzino? Mi ha fatto capire dove posso migliorarmi, nella fase difensiva e caratterialmente.” Che rapporto hai con i tifosi? “Da sempre buono, non ho mai avuto screzi. Sono del parere che un tifoso vede quando in un calciatore c’è la volontà di far bene anche se magari sbaglia. È giusto che chi è qui da tanto come me si fermi con loro in casi come il dopo Le Mont per spiegare che nessuno vuole retrocedere. I leader li fanno la squadra e l’allenatore, lo senti se ti danno importanza. Ritengo sia giusto che il capitano sia Reclari, nato qui ma che più importante della fascia sia quello che senti per la maglia.” Quali valori del Chiasso hai fatto tuoi in questi anni? “Il Chiasso è una famiglia, lo è sempre stata e se lo si vuole trasformare in qualcosa d’altro secondo me si sbaglia. È una società a cui mi sento attaccato, puoi magari girare venti squadre ma l’appartenenza è un’altra cosa. Penso che i tifosi si ricorderanno di me come di una persona onesta e leale, e come di un terzino che ha macinato tanti chilometri per questa maglia.”

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