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16 marzo 2015

“A tu per tu…coi nuovi Rossobù!” #2

Prosegue la rubrica “A tu per tu coi nuovi Rossoblù”! Dopo aver scoperto e conosciuto Giuseppe Gentile, è il turno del nuovo difensore centrale uruguaiano dal passaporto spagnolo. E’ servita la seconda puntata, a tu per tu con Nicolas Madero! “Sono un ragazzo fortunato”, cantava Jovanotti. Una filosofia di vita che emerge più volte dalle parole del nuovo difensore rossoblu Nicolas Madero. Fortunato perché “posso vivere facendo ciò che mi piace” e perché “mi avevano diagnosticato una trombosi ed ho avuto paura, per fortuna non era, quindi ora sto bene e sono qui.” Trasuda modestia e tanta voglia di imparare, soprattutto da mister Zambrotta. “Giocavo con lui alla play station, se non acquisisco esperienza con un allenatore che è stato un difensore ai massimi livelli, con chi posso farlo? Il calcio, per me, è esperienza e, per il 90% testa, ed è uguale in tutto il mondo.” Nicolas, qual è stata la tua prima impressione di Chiasso? “Me ne hanno parlato come di un club serio, con un buon gruppo, in un campionato competitivo. Non mi era mai successo di approdare in una squadra dove tutti parlano con tutti, ove non ci sono gruppetti. Mi pare di essere qui almeno da 4-5 mesi! In città c’è poco da fare la sera, ma è meglio così. Sono qui per giocare e voglio pensare solo a quello. A giugno voglio essere un calciatore migliore di quando sono arrivato, e sto già imparando molto. Vorrei arrivare ai massimi livelli, non importa in quale squadre e in quale campionato, e sogno la nazionale uruguiana: sì, ho il doppio passaporto anche spagnolo, ma mi sento uruguiano.” Che difensore è Madero? In poche settimane sei già titolare, te lo aspettavi? “Non amo parlare di me, è bene che lo faccia chi capisce di calcio. Posso dire che mi piace lottare sul primo pallone come sull’ultimo, sono sempre disponibile ad ascoltare chi ha più esperienza di me. Non mi attendevo né di giocare subito né di stare in panca, pensavo solo a dare il 100%, poi è l’allenatore a scegliere: se gioco io vuol dire che in quel momento posso dare qualcosa in più rispetto a un compagno. Ovviamente, voglio sempre giocare 90’, quando comincia la settimana ho già la testa alla partita del week end. Ma guai sentirsi titolari e abbassare la guardia! Con Rouiller (così come con Sembroni) ho giocato per la prima volta in una gara ufficiale, ma era come se giostrassimo assieme da una vita”. Lunedì affronterete il Lugano, la stai vivendo come una partita diversa? “Un derby è sempre un derby, ma nella nostra situazione di classifica ogni sfida è un derby e una finale. Non servirebbe a nulla vincere con i bianconeri e poi perdere col Wohlen. Vogliamo i tre punti, non perché l’avversario è il Lugano, bensì per la salvezza. A mio avviso, il Chiasso vale di più della sua classifica. D’altronde, è un campionato particolare, puoi battere la prima ed essere sconfitto dall’ultima. Ciò che dobbiamo fare è ragionare partita dopo partita, per fare bella figura e più punti possibili. Quando si lavora bene, i risultati arrivano. Come viene visto il calcio svizzero in Spagna? “La Svizzera è un paese diverso da tutti gli altri, una cosa o viene fatta bene oppure non si fa. A livello di calcio, ha conosciuto una crescita a velocità enorme negli ultimi anni. La nazionale al Mondiale ha fatto un figurone, non è scontato per una piccola nazione. Secondo me, aiuta il fatto di essere circondata da Italia, Germania e Francia, tre paesi con importanti campionati. I club sono molto seri, un calciatore deve pensare solo a giocare, non ha problemi come per esempio in Grecia dove gli stipendi non arrivavano. È l’ambiente ideale, se c’è qualcosa che non va ci si può rivolgere ai dirigenti, anche per questo arrivano sempre più elementi forti, alzando di conseguenza il livello del torneo. Non mi aspettavo che esso fosse tanto impegnativo, sia dal punto di vista fisico che tecnico, e ciò rende l’opportunità che il Chiasso mi ha offerto ancora più bella!” Sei giovane, è difficile essere lontano da casa? “Nella mia vita, ho fatto tutto in base al calcio, e ne sono felice. Sono andato via da casa a 13 anni, per cui sono abituato alla distanza. Con mamma e papà ho un grande rapporto, sono più amici che genitori per me. Per loro è dura, lasciarli è stato il sacrificio maggiore, perché so di perdere momenti importanti di mio fratello e mia sorella più piccoli. Ma sanno che io sono contento solo se gioco.” Ecco un estratto dell’intervista al nostro numero 5:

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