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25 novembre 2015

A tu per tu con Christian Lurati

Il team manager, in una squadra, fa da collante fra società e giocatori. Ascolta le esigenze di tutti e cerca di soddisfarle. Ma non è solo questo: è un riferimento imprescindibile per i calciatori, soprattutto per quelli giovani e lontani da casa, che lo chiamano quando hanno bisogno. In pochi mesi, con la sua disponibilità e la sua gentilezza, Christian Lurati è diventato senza sforzo un amico e un aiuto per i ragazzi Rossoblù. Christian, in che cosa consiste esattamente il tuo ruolo? “Il mio compito principale è essere al servizio della società e della squadra, tenere i rapporti fra di essi. Per qualsiasi tipo di esigenza sono la figura di riferimento, riporto le richieste dei giocatori al club se necessario. Penso che la mia dote principale sia la disponibilità, la cosa fondamentale è il rapporto con i giocatori, creare fiducia. Mi piace stare con loro, magari anche nei momenti più giocosi e meno seri. Inoltre, organizzo tutto ciò che ha a che vedere con la logistica della squadra: trasferte, allenamenti, amichevoli”. Cosa ti piace di più del tuo lavoro? “Il contatto con la squadra, e il fatto che è vario. Ho sia un ruolo, diciamo, d’ufficio al pc, sia uno sul campo. Ho la fortuna di aver fatto della mia passione un lavoro”. Che percorso professionale hai svolto per arrivare sin qui? “Mi sono laureato in scienze politiche, indirizzo economico, poi ho conseguito un master FIGC. In seguito ho lavorato per la Federazione a Milano, ed ho iniziato come dirigente di una squadra di calcio femminile. Da questa realtà particolare ho imparato il valore del sacrificio, perché per queste ragazze giocare a calcio è una conquista e sono disposte a fare più sacrifici dei colleghi maschi. Devo dire che fortunatamente ogni lavoro che ho svolto mi ha insegnato qualcosa, ho saputo trarre il meglio da ciascuno. Per esempio, per un periodo per guadagnare prima del master ho lavorato al casello autostradale. Era l’anno in cui l’Italia ha vinto i Mondiali, e vedere la gioia dei nostri connazionali che vivevano all’estero mi ha fatto capire quanto il calcio sia importante per molti e come esso sia una sorta di rivalsa. I calciatori spesso non si rendono conto di quante responsabilità abbiano, di quanto possano essere un esempio da seguire. Tornando alla carriera calcistica, ho poi militato nelle fila del Calcio Como, dove ho svolto il ruolo di team manager nel settore giovanile. Da lì, eccomi a Chiasso”. Hai mai giocato a calcio? “Sì, anche se nei dilettanti. A chi assomigliavo del Chiasso? Ero una via di mezzo fra Laner e Mihajlovic… Fra i giocatori e gli allenatori, chi arriva a questi livelli è perché ha fatto sacrifici, anche se spesso non si vedono, e ha la fortuna di avere un lavoro che è anche un gioco. Ma i giovani per arrivare devono impegnarsi molto, io ai miei ragazzi delle giovanili del Como dicevo che non dovevano mollare mai e credere in loro stessi, anche se ciò poteva non bastare. E penso anche a chi è lontano dalla famiglia, se non hai carattere e fame non arrivi nei professionisti”. Stai conoscendo la Svizzera, qual è la trasferta che ti è piaciuta di più? “Ho visto dei bei luoghi che non conoscevo, potendo apprezzare una cultura non lontana da quella italiana che però non avevo mai toccato. Ho apprezzato Yverdon, Nyon ma anche Sciaffusa, dappertutto ho trovato disponibilità”. Parlavi del rapporto con i giocatori, com’è? Qual è la richiesta più curiosa che ti hanno fatto? “Per qualsiasi bisogno vengono da me, sono una valvola di sfogo, per cui il rapporto è confidenziale. Un ragazzo, un sabato sera, mi ha chiamato perché non riusciva a tirar fuori i vestiti dalla lavatrice… forse quella è la più singolare”. Spesso sei l’ultima persona che parla con un panchinaro prima che entri in campo, cosa dici in quel caso? “Cerco di stimolarlo, gli faccio un in bocca al lupo o una previsione, tipo “segnerai” eccetera. Le prime giornate succedeva una cosa curiosa, ovvero io e il magazziniere sceglievamo una maglia da portare all’arbitro per la verifica, e il proprietario della maglia segnava sempre”.

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