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16 febbraio 2016

A tu per tu con Dragan Mihajlovic

100 presenze con la stessa maglia, sempre un traguardo che sa di abnegazione, di ricordi, di vittorie e sconfitte, di lotte condivise coi compagni. Dragan Mihajlovic è stato premiato sabato sera per la ricorrenza, e con lui abbiamo ripercorso i suoi anni in Rossoblù, soffermandoci anche sul presente. Cosa significa per te aver raggiunto la 100esima presenza? Te lo aspettavi quando sei arrivato? “È stato un momento particolare,  è la prima volta che raggiungo un traguardo del genere con una squadra e ne sono felice, totalizzare 100 partite con una maglia alla mia età non è comune. Peccato non aver potuto festeggiare con una vittoria. Quando passai al Chiasso non pensavo di arrivare qui, ero reduce dall’esperienza a Bellinzona. I Rossoblù ormai sono una parte importante della mia carriera. Punto alla 150esima o addirittura alla 200esima? Prima di tutto, mi auguro di continuare almeno fino a giugno nel migliore dei modi, invertendo il trend attuale. Dobbiamo salvarci, e personalmente vorrei siglare più gol e assist possibili, per dare una mano alla squadra e anche perché sono in scadenza di contratto: devo fare bene per trovare un contratto per la prossima stagione, qui o altrove.” Qual è il ricordo del Chiasso che ti porterai sempre nel cuore e quale, per contro, quello peggiore? “Il momento più bello è stato quest’estate, quando eravamo primi in classifica: essere lì, sentirsi vivi, esultare tutti insieme in spogliatoio dopo le vittorie per qualcosa di importante e straordinario. Se devo citare una partita, mi torna in mente la rimonta col Wil quando avevamo Bordoli come allenatore, in pochi minuti passammo dal 2-0 al 2-2. E anche quelle in cui ho segnato, sempre particolari.  Il periodo più brutto invece è stato contro il Le Mont quando abbiamo perso 3-0 al Riva IV. Io non giocai, ma fu difficile sia per la squadra in campo che per la situazione ambientale pessima. Per quanto concerne i compagni, sono legato maggiormente a quelli con cui vengo ad allenamento tutti i giorni in auto, come Felitti e Monighetti: condividendo un’ora o un’ora e mezza di tragitto quotidianamente e andando sempre a mangiare insieme, parliamo molto, inoltre li conoscevo da prima di essere nella stessa squadra. Mi trovo comunque bene con tutti”. Parlando del presente, hai già detto che il momento più difficile l’hai vissuto l’anno scorso. Anche questo non è facile però… “Purtroppo, si vede, ci gira tutto storto. Sabato meritavamo di vincere e abbiamo perso per una doppietta di Nganga subita in quel modo, dopo la traversa colpita da Ciarrocchi. Ci manca la vittoria, se riuscissimo a portare a casa i tre punti col Wohlen potremmo sbloccarci ed anche la sfortuna che ci perseguita potrebbe andarsene, infilando magari un filotto di due o tre successi. Per fortuna la classifica è corta”. Col Wohlen è già decisiva o è troppo presto per dirlo? “Tutte le partite che rimangono vanno interpretate come decisive, dunque anche la prossima lo è. Se pensiamo che la situazione si aggiusterà fra due, o tre, o più gare abbiamo già sbagliato. Tutti coloro che sono qui sanno che nulla è dovuto, che non basta  giocare bene per salvarsi per forza, dobbiamo scendere in campo con in testa che ogni sfida è quella più importante. Ci servono punti contro chiunque, sia il Wohlen o il Losanna capolista, e non importa come. Con l’Aarau abbiamo mostrato un’ottima prestazione nel primo tempo ma non è bastato, va aggiunto quel qualcosa in più che ci permetta di mettere punti in cascina”. Con l’Aarau avete giocato bene, appunto, per un tempo, così come col Neuchâtel. Come mai, è un problema psicologico? “Anche le nostre avversarie disputano bene solo un tempo: a Neuchâtel, lo Xamax ha fatto cose buone solo nel primo tempo, mentre l’Aarau ha disputato una prova positiva, se così si può dire visto che a mio avviso siamo stati migliori noi anche nella ripresa, solo nella seconda frazione di gioco. È dunque una problematica comune a tutte le squadra. Sono gli episodi che spingono a giocare meglio in un tempo che nell’altro. Non è un problema psicologico, perché la concentrazione e le operazioni di riscaldamento sono state esattamente uguali in entrambe le partite, eppure alla Maladière abbiamo cominciato male e sabato invece in modo positivo, anche se era difficile tenere quei ritmi per tutto l’arco dei 90′”.   pb        

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