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27 agosto 2015

A tu per tu con… Stefano “Prof” Faletti

Dietro ogni squadra che vince, c’è sempre un ingranaggio perfetto, una simbiosi fra diverse componenti. Spesso molte non si vedono da fuori, e quella legata alla preparazione fisica è una di quelle. Il Prof Stefano Faletti, giunto a Chiasso ai tempi di Bordoli dopo aver allenato in Camerun e in diverse formazioni di C e D italiane, ci ha spiegato i segreti del lavoro fisico dei Rossoblù primi della classe. “Il tutto sta nel trovare un equilibrio fra dirigenza, allenatore, staff e giocatori. Se mancano le sinergie, non si va da nessuna parte. Quando tutto va bene come ora, lavori al meglio, è un circolo, perché l’aspetto mentale è fondamentale, e lavorare con una squadra che perde sempre è dura. Importante è mantenere i piedi per terra e sapere che dobbiamo salvarci, altrimenti se pensiamo di essere bravi rischiamo, inconsapevolmente, di iniziare ad allenarci male e a perdere. Sembra facile organizzare una preparazione, ma credimi che non lo è affatto… È l’unica parte scientifica di uno sport basato su situazioni. E nel calcio svizzero è più importante che in altri perché, essendoci meno tattica, è difficile sopperire ad una scarsa forma fisica con i tatticismi.” Quanto è importante il rapporto con l’allenatore? “È fondamentale. Il carico di un allenamento è la somma del carico di quanto faccio io e di quanto fa lui. I primi giorni della settimana è il mister ad adattarsi a me, poi io mi adeguo a lui. Mi è sempre piaciuta l’idea di introdurre maggiormente il pallone nella preparazione. Il calcio si gioca con la palla, per cui perché non usarla anche durante la preparazione, ovviamente modulando e modificando gli esercizi? Se si corre in linea con o senza palla, è diverso, poiché con l’attrezzo la concentrazione è diversa, anche i muscoli impiegati, più simili alla situazione della partita. Shällibaum apprezza molto questa mia caratteristica e mi sostiene molto, anche se il mio modo di lavorare non è mutato con Zambrotta o con lui.” Com’è la settimana tipo? “Dipende se ci alleniamo il giorno dopo la partita per lo scarico o no, e da quanti giorni abbiamo a disposizione. Di solito, il primo giorno si fa potenza aerobica, poi quando c’è il doppio alla mattina si lavora su forza e al pomeriggio su resistenza lattacea, il terzo giorno sulla velocità con partenze e forza esplosiva e prima della partita sulla rapidità. La differenza tra rapidità e velocità? La prima è una risposta agli stimoli. Di solito non si modifica il programma in base ai risultati, ma se vinci puoi introdurre esercizi più pesanti perché i giocatori sono mentalmente più predisposti. Quanto contano divertimento e varietà negli esercizi? “Moltissimo, giocando si nasconde la fatica ma si lavora lo stesso. E anche cambiare conta, cerco di non proporre un esercizio più di una volta al mese.” Credi nella preparazione ad hoc per ogni giocatore, stile Milan Lab? “Nel 2001 fui contattato da Milan Lab per far parte dell’equipe, che però si occupa di prevenire gli infortuni attraverso il monitoraggio. In una squadra è difficile proporre una preparazione individualizzata, semmai lo si fa fuori dagli allenamenti. Maccoppi, per esempio, segue un programma di rafforzamento muscolare. Deve essere il calciatore a chiedermelo, perché se lo impongo io difficilmente viene svolto. Conta molto che tutti si impegnino, anche durante le sedute, non che ci sia qualcuno che lavora di più e qualcuno di meno, sennò non funziona.” C’è un parametro importante individuale con cui lavori? “La frequenza fisica durante l’allenamento deve essere vicina a quella della gara, dove ci sono poche pause: se ti fermi spesso, la frequenza è diversa e la tua capacità di allenarti è differente. Si arriva anche a 180 battiti al minuto, poi con l’esercizio i ragazzi sanno farli scendere e regolarizzarli.” È voluto il fatto di essere in forma all’inizio del torneo come ora? “No, perché la preparazione con i picchi di forma non si usa più. Io preferisco la continuità. Paradossalmente, si correva di più da ultimi, perché il pallone lo avevano gli altri, mentre adesso è spesso nei nostri piedi. L’anno scorso, per esempio, volevamo essere al top durante le prime gare del ritorno, poi per una serie di circostanze non facemmo punti e quando dovemmo affrontare le ultime eravamo in flessione. Spesso molto dipende dall’avversario, se stai male e gli altri stanno peggio di te vinci, se stai bene ma gli altri stanno meglio perdi. Solo noi sappiamo come è realmente messa la squadra.”

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