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3 marzo 2018

Cattaneo, il presidente che faceva invasione di campo con Altafini. “Abbiamo una struttura organizzata. E l’amore per il Chiasso c’è”

È prima di tutto un tifoso, che adesso è anche presidente del Club. Un binomio perfetto, perché Maurizio Cattaneo, 54enne (non ancora compiuti…) saprà portare la passione di chi tifava per la squadra dagli spalti nelle stanze dei bottoni. Fiduciario di professione, non gli manca certo il pragmatismo per affrontare la nuova avventura. Oltretutto, è una persona molto conosciuta e legata al territorio del Mendrisiotto, la figura che il Chiasso cercava per radicarsi maggiormente alla zona ed essere vicino ai tifosi.

Dalla nomina, sta facendo una full immersion nel mondo Rossoblù, tra documenti da firmare, dettagli da conoscere e persone che lo fermano per parlare della società. È schietto, sincero, non si nasconde dietro un dito cercando di tacere i problemi, però tocca con mano ogni giorno la ricchezza dell’universo Chiasso, i suoi pregi nascosti, e li porta alla luce. Lo ha fatto anche in questa chiacchierata conoscitiva.

Come sono stati i primi giorni da presidente? “Movimentati, nel senso che sono stato travolto da segni di stima e affetto personali e verso la società. Ho scoperto che l’amore per il Chiasso c’è ancora, è vivo. Lo soni stati anche per via della raccolta dei documenti per l’inoltro della licenza, cui si siamo dedicati anche stasera: posso dire che dovrebbe essere tutto apposto!”.

Sta cominciando a conoscere il Chiasso non solo da tifoso, cosa sta scoprendo? “Ho trovato una struttura ben organizzata, non c’è approssimazione, ognuno ha il suo ruolo. Ci sono il professionista e il volontario, però è tutto strutturato, da fuori si vede poco e sarebbe stato meglio se fosse stato reso noto in modo maggiore. Certi concetti devono passare, per esempio il fatto che vogliamo essere presenti nel locale, coinvolgendo i giocatori della zona ma anche il territorio”.

Come deve essere il presidente di una squadra di Challenge League? “Cosciente che vive in una realtà con qualche ristrettezza finanziaria, soprattutto in un territorio che non se la passa molto bene a livello economico. Bisogna esser consci del fatto che si deve fare il passo secondo la gamba e rendersi conto che se si vuole restare fra le 20 migliori società svizzere bisogna aprirsi a collaborazioni e valorizzare il settore giovanile. Ben venga lavorare con le realtà locali ma anche con quelle internazionali cercando giovani talentuosi. Puoi costruire la spina dorsale della squadra con elementi rodati ticinesi, poi ci vuole anche il talento che fa 12-15 gol a stagione, che piace alla gente, al tifoso: serve un giusto mix”.

C’è un presidente cui si ispira? “Assolutamente no, sarebbe difficile fare dei paragoni. Non sono un padre padrone, ai nostri livelli se devo ricordare un bravo presidente cito il buon Bruno Bernasconi. Il Chiasso ha avuto vari buoni presidenti, ma non hanno vissuto momenti di ristrettezze economiche. Non dico fosse facile ai loro tempi, però certamente le strutture non sono paragonabili”.

Ha citato un nome del passato. Lei è tifoso, ci sono giocatori, allenatori o partite che ricorda con maggiore emozione? “Sicuramente il periodo di Altafini: ero un raccattapalle, quando lui segnava facevamo invasione di campo assieme ai giocatori! Ricordo poi un derby col Lugano finito a ombrellate fra tifosi e Brenna che era il giocatore meno amato, diciamo, del Lugano. Calciatori? Cito Michaelsen, Bang, Roth, persone che hanno segnato il mio periodo. O il tedesco Franz, capocannoniere del campionato… Ce ne sono talmente tanti che è difficile sceglierne uno. Mi viene in mente la semifinale col Servette di Coppa Svizzera, con 8mila persone allo stadio, da tempo non se ne vedono così tante…. e chissà…”

Cosa pensa della squadra attuale? “Nella prima parte di stagione mi sono molto divertito, è normale che con una squadra giovane si paghi il prezzo dell’inesperienza. L’errore individuale per me viene da quello. Devo riconoscere che mi piaceva anche Beppe Scienza, mister Abascal è venuto in sordina ed è riuscito a livello di gioco a creare un’ottima squadra. Adesso c’è un po’ di difficoltà, bisogna capire dov’è il problema. Mancanza di stimoli? Non penso sia il caso. I fattori per me sono diversi, non escludo il freddo, o forse è solo un momento così. Lo spogliatoio mi sembra sereno, non vedo particolari pressioni. Difficile trovare una motivazione. Pensiamo all’espulsione col Wil dopo pochissimi minuti… sono tutti episodi individuali. O come successo l’altra sera, quando abbiamo tenuto testa allo Xamax; la differenza tra la squadra che salirà e quella che rimarrà in Challenge League coi giovani si è vista loro alla prima occasione ti trafiggono. Non si può però dire che sia mancato l’impegno!”.

Ha detto subito di voler riportare la gente allo stadio: come? “Se lo sapessi… Sarà difficile, penso che stiamo pagando errori fatti in passato. Ritengo che la società si sia un po’ chiusa su sé stessa negli ultimi anni e ha causato un po’ di disinteresse della popolazione del Mendrisiotto. Se guardiamo gli spettatori, c’è tanta gente un po’ in là con gli anni, ma mancano i giovani. Sono stati persi per strada, anche dai settori giovanili. Ai miei tempi, quando si giocava, l’obiettivo era arrivare in prima squadra nel Chiasso, non fare i professionisti, ora i ragazzini sognano di diventare Neymar e Messi. Abbiamo mancato probabilmente in altri ambiti, oltretutto siamo stati vittime degli eventi: la passione per l’hockey, o l’alto numero di squadre presenti nella zona che militano in categorie importanti, che spesso giocano alla stessa ora, un problema che ci affligge da tempo. Perdi venti spettatori da una parte, trenta dall’altra, e arriviamo al migliaio”.

Adesso c’é lei, un presidenze della zona, e si punta sul locale, pensiamo anche al Merlot, alla Birra e alla Club House: tutto può aiutare? “Sì, tutto quello che si può fare a fin di bene ben venga. Iniziative come la Club House, se fatte in un certo modo, hanno pure lo scopo di lavorare con i sostenitori, penso magari al Club degli Amici Rossoblù. Dobbiamo sempre riflettere su come far ritornare qualcosa a chi ci dà una mano, anche fra gli sponsor. Essi cercano il coinvolgimento, il sentirsi parte della società, l’identificazione. Non vogliono sentire il Chiasso come un club esclusivo dei dirigenti del momento, ma come la società di tutti. Io vedo che c’è gente che segue il Chiasso. Dicevo prima a Nicola Bignotti che abbiamo circa 4’500 followers sui social, se almeno metà venissero allo stadio avremmo lo stesso pubblico di Ambrì dell’altro giorno. Il sottobosco c’è, bisogna capire come farli venire allo stadio”.

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